L'ora di greco - Han Kang
"Hai mai camminato nel crepuscolo mattutino? Quando avanzi un passo dopo l'altro nell'aria gelida e avverti davvero quanto sia caldo e fragile il corpo umano. Quando ogni cosa emana una luce azzurrina che si insinua come un miracolo negli occhi da cui hai appena lavato via il sonno. Il crepuscolo mattutino".
Un romanzo di una potenza e di una poesia incredibili!
Come la protagonista de "La vegetariana" decide di liberarsi del suo corpo, del suo essere creatura fatta di carne smettendo di nutrirsi, così la protagonista de "L'ora di greco" sceglie il silenzio, un silenzio "freddo e rarefatto, come un'ombra privata del proprio corpo", per difendersi dal mondo.
Lei che vive" chiedendosi se avesse diritto di esistere in questo mondo"; che sente come una "corazza di parole che pungevano come spilli la sua pelle nuda", si chiude nel suo silenzio che è "come una mano congelata sotto una lastra di ghiaccio che avevavo invano tempestato di colpi[...] simile a un manto di neve accumulatosi su un corpo abbandonato".
Perché lei "non poteva riconciliarsi" e non solo con la sua storia personale.
"Ovunque c'erano cose con cui non poteva riconciliarsi":
"Nel corpo di un senzatetto ritrovato su una panchina del parco, sotto vari strati di giornali, in una chiara mattina di primavera. Negli sguardi spenti delle persone in metropolitana a tarda sera, che guardano ognuno in una direzione diversa, in piedi spalla sudata contro spalla sudata. Nella coda interminabile di auto con le luci posteriori accese, su una grossa arteria sotto la pioggia battente. Nel susseguirsi di giorni, lacerati da innumerevoli lame di pattini. Nei corpi umani che si riducono così facilmente in polvere. Nelle battutine sciocche scambiate per dimenticare tutto questo. Nelle parole che si imprimono sulla carta per non dimenticare nulla. E nella schiuma maleodorante che già risale dalle parole".
Soprattutto, non può riconciliarsi con le parole che non mantengono quella "promessa meravigliosa racchiusa nella fragile combinazione dei fonemi" che tanto l'affascinava da bambina.
Perché il linguaggio si rivela effimero e traditore, si rivela:
"Una lingua sfilacciata nel corso di migliaia di anni da un numero incalcolabile di parlanti e scriventi. Una lingua che lei stessa, parlando e scrivendo, aveva sfilacciato tutta la vita. Ogni volta che stava per pronunciare una frase, ne sentiva battere il cuore antico. Un cuore rattoppato, prosciugato, inespressivo. E più lo sentiva, più stringeva le parole tra le dita. Finché a un certo punto la presa si era allentata. I cocci spuntati erano caduti ai suoi piedi. Gli ingranaggi, che prima giravano incastrandosi alla perfezione, si erano fermati. Una parte di lei, logorata dalla lunga e dura resistenza, era venuta via come carne, come tofu tagliato con un cucchiaio".
Accanto alla protagonista, c'è un protagonista che sta, progressivamente, perdendo la vista.
"La gente pensa che quando si perde la vista, la prima cosa che succede è che si diventi maggiormente sensibile ai suoni, ma non è vero: prima di ogni cosa si inizia a percepire di più lo scorrere del tempo. Sono sempre più sopraffatto dalla sensazione che il tempo attraversi costantemente il mio corpo come il lento, inesorabile fluire di un'enorme massa di materia".
Un uomo nato a Seoul, emigrato in Germania con la famiglia da ragazzino e poi tornato a Seoul e che non sente più di appartenere a nessuno dei due luoghi. Sempre più smarrito in un mondo che non riesce più a vedere né a riconoscere, accompagnato dal rimpianto di amori non vissuti.
Si incontrano e si riconoscono, "uniti ed eternamente separati", uniti dal comune sentire, separati dell'impossibilità di comunicare. Loro due, "Silenziosi e invisibili. Senza labbra né occhi".
Ed il lettore facendosi strada tra la nebbia che offusca la vista del protagonista e lo spesso strato di silenzio che avvolge la donna, si smarrisce, per ritrovarsi poi a capire.
Che per incontrarsi e riconoscersi non servono parole né luce, ma leggersi dentro, riconoscere il proprio dolore nel dolore dell'altro, nella propria perdita, la perdita dell'altro, nel silenzio dell'altro, il proprio silenzio, come occhi che si riflettono in quelli dell'altro, gli uni negli altri all'infinito.
Perché, in fondo,
"I corpi di tutti gli esseri viventi sono schiacciati sotto il peso della pressione [...]
dove non c'è luce né voce; dove" Il silenzio si ammassava come neve che cancella per sempre le tracce".
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